Gli slogan sulla Leadership e l’Inner Game

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Gli slogan sulla Leadership e l’Inner Game

Ho letto recentemente un breve scritto di David Bevilacqua intitolato ‘Leadership, oltre la trappola degli slogan’. L’ho trovato interessante in primo luogo perché David ha ricoperto diverse posizioni di leadership nel corso della sua carriera e se teorizza lo fa a partire da esperienze vissute in cui ha sperimentato i vari modelli proposti, ne ha tratto riflessioni, li ha confrontati con i comportamenti reali dei suoi mentori e si è fatto un’idea personale. Dei vari spunti che vi ho trovato provo ad articolarne due e a connetterli con il tema dell’Inner Game. (Per chi non avesse ben chiaro di cosa si tratta, può trovare una veloce introduzione qui:  )

L’importanza dell’autenticità

Anni fa lessi il libro di Susan Cain, Quiet, che trovai estremamente illuminante. Non parla di Leadership ma di persone introverse. L’autrice, tra i tanti esempi, ne cita uno che riguarda proprio una persona in posizione di leadership, estremamente efficace, ammirato, seguito. Ciò che rende questa storia di leadership interessante per la narrazione è che questo Leader carismatico era una persona estremamente introversa, così distante dallo stereotipo del leader trascinatore che ama stare al centro dell’attenzione, in party rumorosi,   con la battuta sempre pronta. C’è infatti un ingrediente del carisma che è proprio l’essere autentici, anche se questo significa essere molto diversi dalle aspettative sociali.


David Bevilacqua sottolinea più volte che, contrariamente a quello che vogliono far passare le mode del momento, non vi è affatto un tipo di Leadership che va bene sempre. Ci sono due caratteristiche che però fanno la differenza e queste sono l’essere autentico e la capacità di adattarsi al contesto. No, non sono due modelli di leadership che potremmo chiamare il ‘leader autentico’ e il ‘leader adattivo’, generando così le ennesime mode per i corsi di formazione. L’essere autentico infatti, come mostra l’esempio della Cain, non è ottenibile adottando un certo comportamento prescrivibile. Si tratta di una dimensione ‘meta’ rispetto alle prescrizioni degli slogan. Lo stesso vale per la capacità di leggere e di dare risposte appropriate ad un contesto cangiante, imprevedibile, complesso.

Nell’ultima parte di questo articolo proverò a chiarire perché non è così facile trovare l’autenticità intorno a noi.

Gli slogan sono una trappola

Un altro aspetto interessante è questo: la moda non è semplicemente un fatto neutro, un modello che lascia il tempo che trova, che magari non fa del bene ma che sicuramente non fa del male. Non è così. Per molte persone non si tratta semplicemente di spunti sui quali riflettere per poi farsi una propria idea. Questi modelli diventano prescrittivi come accade ogni volta che il pensiero collettivo è forzato a pensare in modo convergente in termini di giusto e sbagliato. Gli esempi anche divertenti che riguardano il nuovo trend della Leadership Gentile sono emblematici: di fronte ad una decisione sana per l’azienda (e quindi per tutti gli stakeholder, compresi quelli che inizialmente potrebbero non gradire la decisione) se la preoccupazione diventa: “come faccio ad essere valutato come gentile?”, probabilmente la scelta verrebbe dirottata verso qualcosa di più popolare ma meno sano!

E’ la stessa situazione grottesca  che accade nei contesti formativi che per tanti anni ho cercato di sottolineare: tante chiacchiere sulla formazione efficace e poi ciò che si va a misurare non è il cambiamento ottenuto ma ‘il gradimento della formazione’. E’ chiaro che questo influenza, seppure mi auguro solo a livello inconscio, il formatore ad essere più simpatico che efficace. E invece quando si deve supportare un cambiamento, a volte è necessario dire le cose in modo diretto, anche se subito non fanno piacere; la mia esperienza negli ambiti sportivi è che i coach ottengono di più quando ci mettono sotto pressione e non quando ci fanno divertire. Poi, al momento della birra ci si racconta anche le barzellette.

Insomma, i leader come i formatori, non possono essere incastrati in un desiderio di piacere agli altri perché questo ingesserebbe le loro manovre in molti casi; probabilmente quelli più delicati.

L’Inner Game e le trappole dell’inautenticità

Qualcuno pensa che questi ragionamenti siano delle intuizioni incredibili, davvero inarrivabili e per fortuna c’è Andrea Magnani che ce le sottolinea? Non credo proprio. E allora perché tendiamo a rimanere incastrati negli slogan? Perché le persone non sono già nel loro stato di autenticità? E’ importante sottolineare quanto sia fondamentale essere autentici ma è ancora più interessante capire perché ci viene così facile essere inautentici.

Se la questione dell’autenticità non fosse un problema non sarebbe stata rimarcata così chiaramente dai teorici della psicologia dopo aver attraversato correnti filosofiche, in ultimo l’esistenzialismo. Che bisogno aveva Winnicot di distinguere il vero Sé dal falso Sé se a tutti noi venisse facile soggiornare nel vero Sé? Perché Rosenberg avrebbe dovuto dedicare la ‘missione’ del proprio metodo terapeutico a recuperare un senso integrale di se stessi?

Sono davvero gli slogan a intrappolarci? Sicuramente le pressioni sociali hanno un peso. Se tutte le persone intorno a noi fanno convegni sulla Leadership Gentile, solo per prendere l’ultimo esempio in ordine di tempo, è più probabile che il singolo senta un brividino di disagio nell’essere fuori da quel coro.  Ma c’è di più. La parte più interessante è che questi modelli esteriori fanno un gioco perfetto nell’offrirci schermi protettivi.

Chi studia il percorso evolutivo sa che ogni bambino o bambina impara molto presto che a certe esperienze è associato un dolore e che, prima ancora di averne una consapevolezza, la reazione automatica è quella di fuggire da quel dolore creando una maschera adeguata. Se in una famiglia viene visto come inaccettabile il prendersi cura di se stessi perché ‘prima bisogna far star bene gli altri’, il bambino si sentirebbe sradicato da quel sistema se mettesse in pratica un comportamento di sano egoismo; sentirebbe di non appartenere, di essere solo senza nessuna protezione; è molto semplice risolvere questa incongruenza vestendo i panni del bravo bambino adattato; quello che sorride, che rinuncia a cose per sé per darle agli altri, evitando di mostrare quel rivolo di risentimento che inevitabimente si genera dentro di lui. Quella diventa la sua maschera; in molti casi finirà addirittura per identificarsi con essa in quanto la percezione di sé, di ciò che era veramente, era ancora in formazione, non era consolidata. Sarà la sua familiarità e, a meno di un lavoro interiore, probabilmente non si renderà nemmeno conto che si tratta di un falso Sé.

Altre maschere sono costruite più opportunisticamente in fasi successive della vita e quindi più disponibili ad essere identificate come tali; anche quelle, siccome hanno servito uno scopo per tanti anni, non sono facili da far cadere; tornare al vero sé non è così banale se per anni non ne abbiamo avuto esperienza.

La via per l’autenticità

L’autenticità non è prescrivibile ma la si può formare. Spero che sia chiaro che tutto ciò che ho scritto non punta il dito a nessun leader dicendo che non è autentico abbastanza; piuttosto il contrario: è una riflessione compassionevole sul nostro stato umano; su di me e sulla consapevolezza di quanto sia non banale trovare la via per il Sé, sentirsi, sentire chi sono, di cosa ho bisogno, di cosa soffro, di cosa gioisco veramente, se potessi essere depurato dai mille condizionamenti e pressioni continue del mondo circostante. E’ un sentire prima ancora che un manifestare all’esterno. E’ un percorso di scoperta, non è un interruttore che possiamo spingere appena qualcuno ci ha fatto capire quanto è bello e utile essere autentici. Non a caso sottolineiamo sempre i due pilastri del Gioco Interiore che sono l’esercizio della consapevolezza e la pratica continuativa.