
L’evoluzione naturale della Leadership: dal gioco esteriore a quello interiore
10 Novembre 2025Molte aziende, negli ultimi anni, hanno investito nella diffusione di una cultura del feedback: piattaforme di performance management, processi formalizzati di valutazione, momenti dedicati al confronto tra responsabile e collaboratore. Eppure, chi vive la quotidianità organizzativa sa che la domanda vera è un’altra: le persone, davvero, si dicono le cose?
La risposta, nella maggior parte dei casi, è più complicata di quanto i corsi di formazione vorrebbero suggerire. Non per mancanza di buona volontà o di strumenti, ma perché diffondere una cultura del feedback richiede qualcosa che va oltre la tecnica comunicativa.
Feedback facili, feedback impossibili, e la vera area di sviluppo
In ogni organizzazione esistono due estremi.
Da un lato i feedback facili: quelli che le persone si scambiano già, spontaneamente, senza bisogno di un corso che insegni “come si fa”.
Dall’altro i feedback impossibili: quelli che, per chi dovrebbe darli, restano fuori portata in quel momento, con quella persona, in quel contesto — magari perché un tentativo precedente è andato male, o perché la relazione è già fragile.
Il vero margine di sviluppo sta nel mezzo: i feedback difficili ma non impossibili. È su questa fascia che dovrebbe concentrarsi qualsiasi percorso dedicato al tema, perché allenarsi sui feedback impossibili genera solo frustrazione e resistenza, mentre insistere su quelli facili viene percepito — a ragione — come una perdita di tempo da chi lo subisce.
Perché le tecniche di comunicazione, da sole, non bastano
Una delle pratiche più insegnate nei corsi sul feedback è la cosiddetta tecnica del sandwich: un commento positivo, poi il feedback costruttivo, infine un’altra nota positiva.
È un modello che nasce in una cultura — quella americana — in cui il feedback diretto è culturalmente difficile da dare. In Italia, applicato senza adattamento, tende a produrre l’effetto opposto: se una conversazione comincia con un complimento, molte persone intuiscono subito che il vero messaggio arriverà dopo, e si predispongono alla difesa prima ancora di ascoltare davvero.
Più che la tecnica, conta la sostanza: restare sull’osservazione invece che sulla valutazione. C’è una differenza enorme tra dire “in quella riunione sei stato aggressivo” — una valutazione generica, facilmente contestabile — e descrivere con precisione cosa è stato detto, con quale tono, in quali momenti: un dato osservabile, molto più difficile da trasformare in un conflitto personale. Le valutazioni si insinuano nel linguaggio quotidiano più di quanto pensiamo, e sono spesso proprio loro a rendere “impossibile” un feedback che, spogliato dal giudizio, sarebbe in realtà gestibile.
A monte di tutto questo, prima ancora della scelta delle parole, serve un contesto condiviso: un accordo preliminare tra le persone coinvolte sul fatto che darsi feedback diretti, anche scomodi, sia un valore per entrambe. Senza questo passaggio, qualsiasi tecnica comunicativa resta fragile.
Il gioco interiore: cosa succede al sistema nervoso quando il feedback diventa difficile
C’è un secondo livello, spesso sottovalutato, che riguarda ciò che accade dentro chi dà — e chi riceve — il feedback. Quando una conversazione viene percepita come una minaccia, il sistema nervoso attiva risposte di difesa automatiche: si riduce la lucidità, si riduce la capacità di leggere l’altro con empatia, la voce e l’espressione del viso si irrigidiscono. È lo stesso meccanismo che blocca le parole a chi soffre di ansia da palcoscenico durante un public speaking: non manca la preparazione, manca la capacità di restare in uno stato di risorsa mentre si comunica.
Per chi guida un team, questo aspetto non è un dettaglio accessorio. Scegliere il momento giusto — non tra una riunione e l’altra, non a fine giornata con la testa altrove — e gestire il proprio stato interiore prima di dare un feedback importante incide sul risultato della conversazione almeno quanto le parole scelte.
La responsabilità, spesso trascurata, di chi riceve il feedback
Un aspetto raramente affrontato nei percorsi formativi tradizionali riguarda il ruolo di chi riceve il feedback. La tendenza naturale è giustificarsi — spiegare perché si è agito in un certo modo — ma è proprio questo a chiudere la conversazione e a impedire che il feedback diventi realmente utile. Spostare la responsabilità su chi lo riceve, invitandolo a fare domande per capire meglio piuttosto che a difendersi, cambia profondamente la qualità del confronto. A volte la risposta più efficace a un feedback è semplicemente: “ti ringrazio, ci rifletto.”
Il valore del rinforzo positivo, dato troppo spesso per scontato
Infine, un aspetto che nella corsa quotidiana rischia sempre di passare in secondo piano: il rinforzo positivo. Tendiamo culturalmente — e neurologicamente — a notare più ciò che non funziona che ciò che funziona bene. Eppure è proprio il riconoscimento di ciò che una persona già fa bene a creare le condizioni perché, nel momento cruciale, possa contare sui propri punti di forza invece di restare bloccata sui propri limiti.
Questi quattro punti sono al centro della masterclass “Diffondere la cultura del feedback: perché le tecniche da sole non bastano”, realizzata nell’ambito di Caffè con la Tigre, il nostro appuntamento dedicato al change management.
[CTA: Guarda la registrazione della masterclass → https://youtube.com/watch?v=qHEGWQC3cis]



