Benessere, Cultura, Influenza sociale, Società

Spesso non ci rendiamo neanche conto di quanto tempo al giorno trascorriamo sui social network. Lo facciamo senza accorgercene, magari gettando una rapida e fugace occhiata al nostro smartphone per controllare la posta oppure semplicemente per verificare le notifiche dei nostri amici su Facebook.

La dipendenza da Facebook e dagli altri social è molto diffusa. In genere tendiamo a giustificarla come una necessità lavorativa, perché restare in contatto diretto con i nostri clienti è per noi importante e prioritario. In realtà siamo vittime inconsapevoli dei social networks e della loro capacità di far leva su meccanismi cerebrali, noti con l’espressione di “circuito della dipendenza”, che sono attivi anche nel gioco d’azzardo e nell’uso di droghe.

Ogni volta che postiamo qualcosa, ho la possibilità che questo venga condiviso, commentato o apprezzato tramite Like da qualcun altro. Queste reazioni al post agiscono nei nostri confronti come azioni di rinforzo e gratificazione, veri e propri “premi” che posso ottenere.

La forza del meccanismo della dipendenza gioca proprio sull’effetto sorpresa, ovvero sul fatto che non abbiamo la certezza che otterremo delle risposte positive dai nostri “amici” social. Lo stesso vale per la casella email.

È molto importante riconoscere questo meccanismo sotteso ad email e social networks anche sul lavoro, perché ha un andamento incrementale e può peggiorare di giorno in giorno sino a trasformarsi in una vera e propria dipendenza da Facebook, dai social e dalle email. Maturare consapevolezza nei confronti di questi meccanismi ci permette di disintossicarci e quindi a conseguire uno stato di benessere.

Come fare allora per sfuggire a questi meccanismi? Semplice, dandosi gradualmente un codice di comportamento da seguire, per imparare a controllare le proprie azioni, solo apparentemente “razionali”. Più ne staremo lontani e più velocemente ci disintossicheremo.

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Un semplice comunicato di Google di qualche giorno fa lascia poco spazio alle interpretazioni. L’esperimento Google Glass è terminato. La produzione dei Google Glass nella loro forma attuale (Glass Explorer Edition) viene interrotta e il progetto spostato ad un’altra divisione (quella interna) di Google.

Un dispositivo che avrebbe dovuto rivoluzionare il nostro modo di interagire con il mondo e con l’informazione sparisce, almeno temporaneamente, dall’orizzonte tecnologico e sociale. Uno strumento dotato di fotocamera, connessione internet, uno schermino per fare ricerche, muoversi sui social network, seguire il navigatore. Uno strumento che, nell’idea dei progettisti, dovrebbe offrire le potenzialità di uno smartphone senza il bisogno di dover prendere il telefono in mano. Tutto a portata di occhio. Sembrava tutto bello. Tuttavia, dopo i primi mesi ricchi di curiosità ed eccitazione risalenti ormai alla primavera del 2012, prima usa serie di critiche poi tanti lunghi silenzi sono calati su questo strumento potenzialmente “rivoluzionario”.

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Qualche settimana fa Henry Helgeson, CEO di Merchant Warehouse, ha pubblicato sul sito della CNN questo interessante articolo sul come riuscire a creare un’autentica cultura aziendale.

Helgeson elenca sette punti che, secondo lui, possono favorire una cultura aziendale che renda il lavoro divertente e gratificante, sia per i dipendenti che per i proprietari di aziende.

1- Conosci te stesso (e non copiare Google)

Una nuova società spesso non possiede una vera cultura aziendale. Va costruita da zero ma partendo da noi stessi. Infatti cercare di abbracciare o creare una cultura molto lontana dal nostro essere può essere un grave errore. Tante aziende osservano affascinate le culture aziendali delle grandi organizzazioni tecnologiche come Google o Apple con l’obiettivo di replicarne lo stile. Ma, secondo Helgeson, questa è solo la ricetta per il fallimento. Emulare la cultura di un’altra azienda è un ottimo modo per arrivare a realizzare una cultura che non ci piacerà o che vivremo come aliena. Creando un alone di falso e “fabbricato” che avvolgerò la nostra organizzazione.

E’ importante ricordate che non esistono culture “sbagliate“, ma se si costruisce una cultura basata su ideali di qualcun altro, da un lato non rispecchierà i nostri valori reali e dall’altro non fornirà alcuna vera, unica e riconoscibile identità alla nostra organizzazione.

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Tradizionalmente la noia è sempre stata associata ad una serie di conseguenze negative, sia sul posto di lavoro che nella vita quotidiana. Tuttavia recentemente è stato suggerito che, paradossalmente, essere annoiati possa portare a benefici, uno dei quali sembrerebbe essere una maggiore creatività. Almeno secondo i risultati di questo studio condotto dai ricercatori della University of Central Lancashire, nel quale è stato chiesto ad 80 studenti di eseguire un compito di creatività, ovvero pensare al maggior numero di possibili usi diversi per una coppia di tazze fatte di poliestere. Ma prima di eseguire questo compito a metà dei partecipanti è stato chiesto di eseguire un compito estremamente noioso: copiare i numeri di una rubrica telefonica per circa 15 minuti. Quasi paradossalmente, il gruppo di partecipanti che aveva eseguito il compito noioso prima del compito di creatività elaborò ad un numero maggiore di utilizzi per la tazza. Per quale motivo? I ricercatori hanno ipotizzato che i momenti di noia ci permettano di sognare ad occhi aperti e di perderci tra i nostri pensieri, e che questo permetta di incubare nuove idee.  continua a leggere…

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Nassim Taleb, matematico finanziario e saggista, scrive nel suo libro “Il Cigno Nero” che il cimitero dei ristoranti falliti è molto silenzioso. Questa immagine introduce uno dei più grandi e sottovalutati bias cognitivi con il quale ci scontriamo quotidianamente: il bias della sopravvivenza.

Ma partiamo da lontano, dalla seconda guerra mondiale. Negli anni 40’ negli USA la Casa Bianca aveva fatto istituire un gruppo di ricerca composto dai migliori matematici e statistici del paese per aiutare l’esercito a vincere la guerra. Un giorno l’esercito chiese ad Abraham Wald, capo del gruppo di ricerca, quali parti degli aerei da combattimento dovessero essere maggiormente rinforzate. L’esercito aveva sistematicamente analizzato tutti le zone dove si vedevano buchi di proiettile, e la maggior parte dei fori era presente nelle ali e nel parte centrale dell’aereo. L’esercito pensava quindi di rafforzare quelle parti, ma Wald disse loro che non sarebbe servito a nulla. Perché, disse Wald, quelle parti sono già resistenti abbastanza, infatti gli aerei colpiti in quei punti sono gli stessi che sono riusciti a tornare alla base. Dobbiamo guardare dove non ci sono buchi, disse Wald, perché gli aerei che probabilmente sono stati colpiti in quei punti sono quelli caduti in battaglia.

Questa storia di guerra ci presenta il bias della sopravvivenza. Cioè del fatto che molto spesso ci focalizziamo solo su quelli che ce l’hanno fatta (gli aerei ritornati) e non su chi ha fallito.  continua a leggere…

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In rete si possono trovare molti piacevoli pensatori. Un blog pieno di spunti di riflessione è “the minimalist”, gestito dal duo Joshua Fields Millburn e Ryan Nicodemus. In un recente articolo del blog, letto da circa 2 milioni di utenti, gli autori parlano del concetto di successo. O meglio, di come a volte il successo sia una questione di allineamento ai valori personali e non un semplice modello da (in)seguire.

Joshua Fields Millburn parla di Aaron Levie, 28 anni,  fondatore e CEO di BOX, società multimilionaria, e definito dalla rivista Inc. come “Imprenditore dell’anno“. Levie è il perfetto giovane uomo d’affari: ha competenza in materia di innovazione e strategia di business, parla bene, è piacevole da ascoltare, è divertente e carismatico, ma soprattutto ha una feroce e costante etica del lavoro. E su quest’ultimo punto che si focalizza l’articolo di Millburn.

Levie si sveglia ogni mattina verso le 10. Alle 11 è già in ufficio, con due tazze di caffè in mano. A volte pranza, a volte no. Raramente fa colazione. La sua giornata è al 90% riunioni e colloqui. Si sposta da un colloquio all’altro di corsa. continua a leggere…

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L’innovazione è alla base della continua trasformazione delle tecnologie moderne in modo da adattarle ai bisogni delle persone. Le grandi organizzazioni hanno costantemente innovato idee, tecnologie , prodotti e servizi per mantenere (o conquistare) una fetta di mercato ed avere dei vantaggi nel proprio settore. Perché il mercato, così come i competitor, è in continuo movimento. E così gli imprenditori dovrebbero sempre guardare alla creazione di nuove invenzioni o a cercare di migliorare/adattare i propri prodotti ai cambiamenti nei bisogni e nella struttura della società.

Pensiamo per esempio alla storia del telefono, partendo dalla creazione per mano di Antonio Meucci (anche se poi il primo a brevettarlo fui Alexander Graham Bell) ad oggi. Non solo il telefono è ancora utilizzato, ma le richieste del mercato (e i miglioramenti tecnologici in altri settori, che vanno spesso di pari passo) lo hanno ampiamente trasformato (ed è ancora in continua evoluzione). A metà degli anni 1980 la Motorola ha lanciato il primo telefono “portatile” (il primo cellulare), disancorando di fatto il telefono dalla casa e legandolo ai singoli individui. continua a leggere…

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Il lavoro si espande fino a riempire il tempo disponibile per il suo completamento”. Con questa frase nel 1955 si aprì un famoso articolo del The Economist a firma Cyril Northcote Parkinson. Queste stesse parole diventeranno famose come “La Legge di Parkinson”, secondo la quale più tempo a disposizione abbiamo, più il lavoro si allungherà fino ad occupare tutto il nostro tempo. Detto in altre parole, più tempo a disposizione abbiamo, più ne sprechiamo. Cioè se ci diamo una settimana per completare un semplice compito che richiederebbe poche ore , la conseguenza è che quasi per magia (o più che altro per un maleficio) l’attività diventerà sempre più complessa ed ingarbugliata in modo da riempire quella settimana. Ovviamente non tutto il tempo “in più” che sprechiamo è speso nel lavoro vero e proprio: molto viene occupato da tensione e stress dovuti al pensiero stesso di dover completare quell’attività. Ma esiste anche l’altra faccia della medaglia. continua a leggere…

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Il Natale si avvicina e, come ogni anno, la caccia al regalo per figli, nipoti, cugini, colleghi è dietro l’angolo. Ma quest’anno abbiamo due problemi. Il primo è legato alla crisi economica, che ci farà tirare un po’ la cinghia. Il secondo è legato al tempo. Perché per fare acquisti serve tempo. E se possiamo affidarci a tutte le buone pratiche per l’organizzazione del tempo ma, sotto Natale, quanto tutti sono di corsa, il rischio di sbagliare i conti ed incorrere nella legge di Hofstadter è altissimo. Con la conseguenza che rischieremo di essere spesso in ritardo al lavoro e agli appuntamenti con amici, parenti, ecc..

Ed ecco che così si da il via alle danze delle scuse. continua a leggere…

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La domenica è il giorno in cui ci si propone di lavorare anche la domenica (Leo Longanesi)

Basta un pc, una connessione internet e casa nostra può diventare il nostro ufficio del fine settimana. E negli ultimi anni sempre più persone hanno iniziato a lavorare anche durante il weekend, riducendo il periodo di riposo settimanale solo al sabato. Secondo Joe Weisenthal, editore esecutivo del sito Business Insider, sembra che staccarsi totalmente dal lavoro per due giorni di fila è troppo difficile per molte persone. E così esse, dopo aver utilizzato il sabato per ricaricare le batterie, già la domenica mattina sono pronte a tornare a “produrre” qualcosa. Per esempio Weisenthal, in questo articolo, fa notare come il traffico del sito di Business Insider, non certo un sito dove trovare letture leggere e disconnesse dal mondo del lavoro, è quasi sempre superiore la domenica rispetto al sabato. Ma perché le persone non vogliono staccare di più? O perché non riescono a staccare?

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