In questo periodo dell’anno, l’influenza e malattie stagionali stanno decimando i lavoratori di molte organizzazioni e liberi professionisti. Le assenze da malattia sono un problema enorme per le organizzazioni, e si stima che il loro costo annuo si aggiri attorno ai 350.000 milioni dollari negli Stati Uniti e 66 miliardi dollari nel Regno Unito.

Purtroppo mentre le assenze per malattie stagionali sono difficilmente contenibili, altre problematiche potrebbero essere limitate con una migliore organizzazione aziendale. Infatti l’ambiente di lavoro stesso può diventare un incubatore di situazioni che può facilitare l’insorgenza di malattie nei lavoratori. Partendo da questa idea una ricerca di qualche anno fa (2011) condotta da Nixon e colleghi, ricercatori dell’Università della Florida, ha indagato se e quali stressors lavorativi fossero associati a problematiche fisiche. Lo studio ha analizzato 79 ricerche precedenti, categorizzando i problemi lavorativi in: vincoli organizzativi, conflitti interpersonali, conflitto di ruolo, ambiguità di ruolo, carico di lavoro e ore di lavoro. Cosa hanno scoperto i ricercatori?

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Nel 1995 Daniel Goleman dava alle stampe il suo primo libro sull’Intelligenza Emotiva. A distanza di 20 anni, sono ormai numerosi gli studi che dimostrano come l’Intelligenza Emotiva sia un elemento chiave per le eccellenze lavorative, e questa conoscenza inizia ad essere fortunatamente presente in molti contesti lavorativi. Tuttavia, come sottolinea Muriel Maignan Wilkins in questo articolo recentemente pubblicato sull’Harvard Business Review, il problema è che molte persone non credono di dover lavorare sulla propria Intelligenza Emotiva. Non solo, generalmente chi avrebbe più bisogno di sviluppare queste capacità sono coloro che ne hanno meno consapevolezza.

Nel suo articolo Wilkins elenca una serie di “segni” che possono aiutarci a capire se abbiamo bisogno di lavorare sulla nostra Intelligenza Emotiva:

– Abbiamo spesso la sensazione che gli altri non capiscano il nostro punto e questo ti rende impaziente e frustrato.

– Quando le persone attorno a noi prendono male i nostri commenti o battute pensiamo che loro stanno esagerando.

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L’ambiente di lavoro. L’ufficio. Croce e delizia delle azienda. Luogo dove il lavoro viene effettivamente svolto, dove avviene quel processo che diventerà “prodotto” e quindi produttività. Ma anche luogo di spese, costi fissi spesso da tagliare in periodi di crisi, giocando con la distanza tra le scrivanie, la temperatura, la luce. E questo secondo elemento, volenti o nolenti, ha un notevole impatto sulle prestazioni dei lavoratori, e di conseguenza sulla produttività aziendale.

Si dice che un ufficio ben progettato sia un ufficio felice. Ma uno dei modelli più in voga degli ultimi anni è l’open-space”, ovvero una serie di scrivania inserite in un’unica stanza, a volte divise da semplici scompartimenti, altre volte semplicemente allineate senza alcun elemento divisorio. Secondo International Management Facility Association, il 70% dei lavoratori americani lavora in uffici open-space. Facebook stessa, l’azienda regina dei social network, ha nella sua sede principale di Menlo Park, in California, il più grande ufficio open-space del mondo.

Questo tipo di ufficio è relativamente economico, facile da realizzare, permette di risparmiare spazio e risorse e sembrerebbe facilitare alcuni tipi di collaborazione tra lavoratori, soprattutto se il lavoro è principalmente e costantemente di gruppo. Ma allo stesso tempo questo tipo di sistemazione lavorativa si associa ad una serie di problematichecontinua a leggere…

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Vi è mai capitato di immergervi in pieno in un’avventura lavorativa, economica o relazionale che si è poi rivelata un completo (o quasi disastro) ma dalla quale non riuscivate a scappare? In caso affermativo, è probabile che vi siate scontrati con quel bias di pensiero che gli inglesi chiamano Sunk-Cost Fallacy, ovvero la fallacia dei costi irrecuperabili.

Questo bias riguarda quel comportamento paradossale per cui quando abbiamo messo tanto impegno, tempo e/o soldi in un’avventura ma essa sta andando male e siamo di fronte ad una perdita irrecuperabile, invece di mollare il progetto e limitare le perdite tendiamo a continuare sulla stessa strada anche se questo farà solamente aumentare le nostre perdite.

Tendiamo a pensare: Non posso fermarmi ora, altrimenti tutto quello che ho investito finora andrà perso. Il problema è che non vogliamo ammettere che quello che abbiamo investito è già perso ed irrecuperabile. Perché ammetterlo vorrebbe dire accettare di aver fatto un errore madornale. Preferiamo la cieca speranza all’ammissione dell’errore. Per esempio è molto comune nelle persone che hanno investito una cifra considerevole in azioni in borsa che, invece di salire, sono scese. Come conseguenza esse si tengono strette quelle azioni, senza venderle subito e perdere qualcosa ma limitatamente, nella disperata speranza che le azioni prima o poi torneranno a salire di prezzo.  continua a leggere…

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