Apprendimento Competenze, Benessere, Comunicazione

Imparare, condividere, scoprire e coinvolgere è quello che più ci appassiona. Conoscere l’uno dell’altra, pensare nuovi modi per portare avanti le cose e immaginare un futuro nuovo è ciò che ci anima costantemente.

Quest’anno abbiamo deciso di ritagliare un po’ del tempo dedicato agli auguri in occasione delle festività natalizie, per raccontarci delle storie che ci hanno appassionato e suscitato nuove riflessioni. Nella giornata di venerdì, 30 novembre, trascorreremo un pomeriggio insieme per ascoltarci reciprocamente in una serie di brevi speech che comporranno il nostro personale T&D. Un modo per regalare a noi stessi, e ai nostri compagni di lavoro, esperienze significative, traendone spunti per una crescita personale.

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In questo video prosegue la riflessione sul rapporto tra motivazione e risultati. Si definiscono i tre diversi livelli di motivazione e identifica quello su cui è fondamentale agire per il trasferimento delle competenze sul campo. Si propongono tempi e sistemi con cui coinvolgere le persone in funzione del loro livello motivazionale. Costituire i gruppi d’aula con particolari modalità di reclutamento e utilizzare negli interventi strategie di “cattura motivazionale” orientate all’attivazione, permette di conciliare esigenze aziendali ed efficacia della formazione. Spesso in aula incontriamo persone resistenti che ritengono la formazione una perdita di tempo. O, viceversa, persone interessate a partecipare ai corsi, la cui disponibilità tuttavia si ferma all’esperienza formativa e non contempla il cambiamento effettivo delle abitudini acquisite. In questi casi, occorre dedicare una parte del tempo a gestire le resistenze, sottraendolo ad azioni ben più proficue finalizzate all’apprendimento delle competenze. Le aziende, dal canto loro, possono avere l’esigenza di formate tutti e di coinvolgere anche le persone più problematiche, meno allineate. Queste sono le domande da porsi: che cosa succede in un corso di formazione se manca la motivazione? E nel periodo successivo, quali trasferimenti nel contesto lavorativo è plausibile attendersi?
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Ogni giorno si annunciano possibili crolli finanziari ed è inevitabile che questa atmosfera e questa incertezza influenzino molto la percezione che i consumatori hanno delle banche. La maggior parte delle persone è infatti guardinga nei confronti della banca che viene percepita come una realtà che antepone i propri interessi a quelli dei clienti. L’aspetto comunicativo delle compagne commerciali quindi diventa fondamentale per confrontarsi con questa percezione per poterla modificare attraverso una consulenza etica delle esigenze reali del cliente.

Andrea Magnani, attraverso un video selfie, affronta questo tema.

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Secondo Erik Barker del TIME, ci sarebbero sette trucchi che possiamo utilizzare per risultare più interessanti agli occhi (e alle orecchie) degli altri.

1) Cerchiamo di non essere noiosi.  Il primo consiglio sembra banale, ma non lo è. Perché molto spesso tendiamo ad annoiare gli altri, senza minimamente rendercene conto. Seguendo il consiglio dello scrittore Scott Adams, cerchiamo di essere “brevi e positivi”. Invece di lamentarci e divagare, cerchiamo di stare “sul pezzo” e con un pizzico di “ottimismo” e serenità. Le persone sorridenti vengono raramente percepite come di poca compagnia. Ma se ci capita di parlare un po’ più, monopolizzando la conversazione, basta poco per capire se stiamo annoiando l’altro: se il nostro ascoltatore non ci interrompe mai, non fa nessuna domanda o risponde a monosillabe, forse è giunta l’ora di cambiare argomento e far parlare l’altra persona.

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Il Natale si avvicina e, come ogni anno, la caccia al regalo per figli, nipoti, cugini, colleghi è dietro l’angolo. Ma quest’anno abbiamo due problemi. Il primo è legato alla crisi economica, che ci farà tirare un po’ la cinghia. Il secondo è legato al tempo. Perché per fare acquisti serve tempo. E se possiamo affidarci a tutte le buone pratiche per l’organizzazione del tempo ma, sotto Natale, quanto tutti sono di corsa, il rischio di sbagliare i conti ed incorrere nella legge di Hofstadter è altissimo. Con la conseguenza che rischieremo di essere spesso in ritardo al lavoro e agli appuntamenti con amici, parenti, ecc..

Ed ecco che così si da il via alle danze delle scuse. continua a leggere…

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Riunioni, riunioni, riunioni. A volte sembra che passiamo più tempo a riunirci che ha svolgere le nostre altre mansioni. E, come riporta questo articolo di Ron Ashkenas per il blog dell’Harvard Business Review, quasi universalmente dirigenti di ogni livello tendono a lamentarsi del fatto che molte riunioni sono effettivamente una perdita di tempo. E il mantra è sempre lo stesso: “Non avevamo un ordine del giorno“, “la riunione è durata due ore più del previsto”, “abbiamo fatto la riunione senza l’unica persona che poteva prendere una decisione!”. E si potrebbe andare avanti per ore elencando tutte i comportamenti disfunzionali che vengono normalmente messi in atto durante una riunione.

Ma l’articolo di Ashkenas mette nero su bianco quello che tutti più o meno sanno, ma nessuno dice. Che in realtà tutti i manager e dirigenti sanno quali sono le regole per condurre efficacemente una riunione di lavoro. E, soprattutto, quali sono i comportamenti da evitare. Eppure molto spesso la pratica non segue questa conoscenza, obbligando le aziende a spendere tempo e soldi in corsi, avvisi, consulenze per rendere le riunioni più produttive. Senza dimenticare il costo stesso di una riunione inefficace.

Ma allora, si chiede Ashkenas, perché è così difficile per le aziende sviluppare e sostenere tipologie di  riunioni più efficaci? continua a leggere…

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L’estate è appena arrivate e con essa si avvicinano le nostre agognate ferie. Da buoni lavoratori, prima di partire per la nostra meta di relax, dovremmo preoccuparci  di preparare l’ormai classico messaggio automatico “fuori sede/assente dall’ufficio” per evitare di collezionare mail e persone arrabbiate/offese perché non abbiamo risposto alle loro richieste. Preparare la risposta automatica, direte voi, sembra essere una cosa così semplice. Così semplice, infatti, che la maggior parte di noi gli dà poco peso, e se va bene ci spendiamo al massimo cinque minuti alla fine del nostro ultimo giorno di lavoro prima di iniziare la nostra meritata vacanza. Ma quello che spesso ci scordiamo è che questa mail potrebbe essere letta da tante (ma tante) persone (tutti quelli che ci scrivono) e forse è meglio dedicarci qualche minuto in più per evitare di fare pessime figure. Qui sotto vi riporto i dieci consigli sull’argomento che la giornalista Rebecca Burn-Callander ha stilato per il sito Management Today:

1. Non dimentichiamoci di preparare la risposta automatica Sembra banale, ma tutti noi abbiamo probabilmente dimenticato di impostarla almeno una volta nella nostra vita professionale, per poi ritrovarci la casella mail piena di messaggi da contatti irritati dalle nostre mancate risposte, pensando che volessimo deliberatamente ignorarli.

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Proviamo ad immaginare queste tre situazioni:

1) Abbiamo promesso al nostro capo di portare a termine un lavoro estremamente importante. Ma abbiamo sbagliato la programmazione e siamo stati lenti. Il risultato è che siamo indietro rispetto la tabella di marcia e non riusciremo a concludere entro la data prestabilita.

2) Stiamo lavorando su un nuovo progetto e organizziamo un importante meeting di lavoro con i colleghi che verranno coinvolti nella fase decisionale. Ma inavvertitamente ci dimentichiamo di avvisare quel collega che mesi prima ci aveva aiutato a far partire il progetto.

3) In ufficio siamo disattenti e versiamo caffè sul vestito costoso di un nostro cliente.

In tutte e le tre le situazioni dobbiamo fare mea culpa e chiedere scusa.

Ma bisogna stare attenti. Le scuse sono ingannevoli. continua a leggere…

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Per leggere questo articolo ci vogliono meno di 5 minuti. Ma, se siete al lavoro, è probabile che ce ne metterete di più. Nel periodo che va dalla prima all’ultima riga di questo articolo probabilmente controllerete anche la vostra mail, darete un’occhiata veloce al vostro cellulare e scorrerete velocemente la pagina di Facebook. Inoltre potreste essere attirati dalla risata o dal telefono del collega seduto qualche scrivania di distanza o intercettati da una domanda, che sia di lavoro o meno, di qualche collega di passaggio. Poi ci chiediamo perché a fine giornata siamo indietro col lavoro. Eppure abbiamo passato la giornata davanti al pc!

Siamo nell’era della comunicazione digitale, che ci permette di essere iper-connessi con tutto e tutti in ogni momento ed in ogni luogo. Come già raccontato in questo blog, la “rivoluzione” digitale ha portato a importanti cambiamenti negli standard lavorativi e incrementi di produttività, ma allo stesso tempo essa mina la capacità di concentrazione individuale. Se a questo aggiungiamo ambienti di lavoro sempre più basati sull’open-space, che offrono sia risparmi economici diretti (ma non indiretti…) e dovrebbero facilitare gli scambi di informazioni tra colleghi, in realtà diventano il teatro ideale per farsi distrarre: la telefonata del collega, le chiacchiere sul weekend, il continuo “vieni a prenderti un caffè”, rende quasi impossibile isolarsi e concentrarsi totalmente su quello che si sta facendo. E, appunto, aggiungiamoci le mail che arrivano in continuazioni (che possono influenzare anche la nostra salute), i social network che ci invitano ad “aggiornare” ogni 5 minuti, Skype che continua a segnalarci messaggi e persone.

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potere Le parole e le espressioni che utilizziamo tutti i giorni per descrivere quello che ci circonda riflettono il modo con cui percepiamo il mondo. Pensiamo un attimo alle seguenti espressioni: – Federer è grande – Questo è un grosso cliente – Marco ha messo Maria su un piedistallo – Voglio arrivare lontano come Luigi – Voglio arrivare in alto!

Quello che le nostre espressioni ci dicono è che esiste un’associazione tra dimensioni fisiche (grandezza, altezza, distanza…) e potere. Questa associazione rispecchia il modo con cui vediamo (e viviamo) le relazioni tra persone. E questa connessione sembra essere incorporata in ogni essere umano. Infatti sin da piccoli impariamo ad associare “le persone grandi” con il potere. Da bambini i nostri genitori, i parenti, i maestri e tutte le altre figure di autorità sono più alte di noi. Durante la pubertà i ragazzi più alti sono sempre al centro dei gruppi e delle interazioni sociali, sono quelli che beneficiano di maggiore rispetto, sono i più “seguiti” e vengono percepiti come i più potenti. Nella vita adulta le persone più alte guadagnano stipendi più elevati, hanno maggiori probabilità di ottenere posti di lavoro più prestigiosi e di ricevere maggior considerazione da parte dei colleghi. Aggiungiamoci che gli uomini sono mediamente più alti rispetto alle donne e, storicamente, hanno sempre goduto di maggiore potere per evidenziare come questa associazione tra elevate caratteristiche fisiche e potere sia ben caratterizzata nell’essere umano e nella nostra società. Ma questa relazione può essere valida anche al contrario? Ovvero, avere potere può farci sentire più alti? continua a leggere…

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