Tutti noi siamo dotati di qualche talento o, almeno, percepiamo di essere particolarmente bravi a fare qualcosa. Che sia fare una torta, organizzare un evento, insegnare, giocare a pallone o saper effettuare calcoli matematici complessi,  ognuno di noi si sente particolarmente dotato in qualcosa. E ci piace essere e dimostrare di essere i migliori, almeno su quella cosa. Per questo, consciamente o meno, tendiamo a circondarci di persone che non possono minare e mettere in discussione la nostra sicurezza e il nostro primato in quella particolare capacità. Sin da bambini tendiamo a scegliere amici che eccellono in abilità diverse dalle nostre, in modo da alimentare (e proteggere) la nostra autostima evitando confronti che ne potrebbero minare la nostra percezione di noi stessi rispetto agli Altri. Perché vogliamo essere i numeri uno. Almeno in qualcosa. E questo comportamento non si esaurisce con l’arrivo dell’età adulta ma, anzi, sembra influenzare molte delle nostre decisioni professionali e sociali. Per esempio questo comportamento, chiamato “bias da confronto sociale”, sembra influenzare enormemente i processi di selezione del personale in azienda.  In uno studio del 2010 condotto dall’Università del Michigan in collaborazione con Yale e l’Università della Georgia, Stephen Garcia e colleghi hanno ipotizzato che le persone che si percepiscono estremamente talentuose in una dimensione (per esempio, le abilità organizzative) tendano a proteggere il loro contesto sociale, per esempio preferendo raccomandare persone che abbiamo talenti diversi (per esempio la capacità di comunicazione) e che quindi non siano in diretta concorrenza rispetto ai loro punti di forza. continua a leggere…

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